venerdì 20 dicembre 2013

CONSEGNA ALL'EDITORE

Chi ha mai provato a scrivere un libro, sa di cosa parlo. Quel delicato e apocalittico momento in cui si intende consegnare ad un editore il proprio manoscritto. Io sono metodica in questo, ogni anno, a Natale, il mio editore si trova sotto l'albero il mio ultimo libro scritto.
Così, tra una fetta di panettone ed una tombolata coi parenti, si ritrova a trascorrere in serena amenità le Feste sfogliando il mio libro. E ovviamente è raro che siano libri di tenore natalizio. Me lo immagino, l'anno che gli ho consegnato la copia di "Voodoo e Candomblè", a doverlo nascondere agli occhi indiscreti di qualche zia bigotta e cattolicissima invitata per la messa di mezzanotte. Con l'ultimo nato, "Vampiri", probabilmente il titolare di Aradia Edizioni avrà percepito un'atmosfera dissonante, a leggere di bare soverchiate e defunti impalettati e a sorridere soavemente, pochi istanti dopo, a qualche parente incartapecorito.
Che poi, i giorni precedenti alla consegna, per me sono un delirio. Intanto, devo stampare il libro. E ogni anno, curiosamente, fotocopiatrici e stampanti si inceppano dopo la terza pagina. Probabilmente non tollerano quel guazzabuglio di Loah, Arcangeli e invocazioni varie. Dopo averlo stampato, inizia la parte più tediosa. Sì, perchè tutti si immaginano lo scrittore colto dal fuoco creativo, che scrive di getto. Pochi sanno che lo scrittore, una volta terminato il sacro fuoco creativo, deve rileggersi tutte le pagine per correggerle. Una noia mortale. "Suoi" diventa "Buoi", "Hierophantes" diventa "Elephante" e via dicendo. Il correttore automatico di Word non aiuta certo. Ultimamente ho scoperto che quelle che vengono da me definite "magagnette" hanno pure un termine tecnico, si chiamano "refusi".  E in lingua serba, vengono chiamati, giustamente, "diavoletti". Un giorno proverò ad aspergere i miei manoscritti con l'acqua santa, nella segreta speranza che gli errori ortografici, grammaticali e sintattici spariscano magicamente da soli. Molto più probabilmente, il mio editore si ritroverà sotto l'albero un manoscritto bagnato fradicio e illeggibile. Non esiste refuso che sopravviva all'acqua santa, in effetti.
Che poi, ho pure un cattivo rapporto con la E maiuscola accentata. Io solitamente faccio la E maiuscola e poi ci aggiungo l'apostrofo. Che secondo me è perfetto. Secondo Word, il mio editore e il resto del mondo, no. Sto cercando di migliorare.
Comunque, se per l'equinozio di primavera mi vedrete sfornare un altro libro, sarà perché anche quest'anno, per le Feste, un editore ha deciso che a Natale siamo tutti più buoni.


Marco Donatiello Photographer

venerdì 13 dicembre 2013

L'ALBERO DI NATALE



Anche in questa famiglia di esoteristi si festeggerà il Natale. Chiamatelo Yule, Solstizio d'Inverno, o come volete voi.
Esiste però un'ardua e silenziosa lotta tra il capofamiglia, personificato nella figura di Andrea, il titolare della libreria Esotericamente, e la sottoscritta. Perchè, dovete sapere, io ADORO smodatamente tutto ciò che è luccicoso, brillante e un pò pacchiano. Quindi, l'Albero di Natale rimane la mia massima rappresentazione artistica. Neanche i quattro libri che ho pubblicato negli anni precedenti possono reggere il confronto.
Mio marito è il mio esatto opposto. In una sorta di totale austerità saturnina, non vuole mettere neanche una becera decorazione in negozio. Figuriamoci a casa. Negli anni passati addobbavo un pò la vetrina, ma era tutto un lamento. Per giustificare un piccolo festone argentato di 50 cm. avevo dovuto sperticarmi in esigenze di marketing e di aumento delle vendite, legate al momento in cui il cliente, alzando gli occhi al soffitto, si sarebbe ricordato che il Natale era vicino e avrebbe raddoppiato gli acquisti.
Misteriosamente, l'anno successivo il piccolo festone argentato è andato perduto, negli anfratti del negozio (me lo vedo, eccome se me lo vedo, mio marito che trascina l'indifeso festone fino all'immondizia più vicina...).
Quindi, sul negozio ormai mi sono arresa. Rassegnatevi: non ci sarà neanche una lucina o un piccolo alberello di Natale.
La mia vendetta però giunge inesorabile tra le quattro mura domestiche. Quello ormai è il mio regno indiscusso.
Quindi anche quest'anno, come da tradizione, ho addobbato il mio albero di Natale.
Alto 2 metri da terra (non scherzo), munito di ogni confort: palline dorate, argentate e rosse, due serie di lucine colorate e bianche, stalattiti di cristallo, perline rosse e oro.
La gioia degli occhi per il mio gatto. 





Che poi, in realtà, fare l'Albero di Natale ha un suo perchè anche esoterico, sapete?
Alla base dell'albero natalizio stanno gli antichissimi usi, presso varie culture, di decorare i vari Alberi del Paradiso con nastri e oggetti colorati, fiaccole, piccole campane, animaletti votivi, nonché la credenza che le luci che li illuminavano corrispondessero ad altrettante anime. Egualmente venivano ornati anche i vari Alberi Cosmici con simboli del Sole, della Luna, dei Pianeti e delle stelle. In particolare l'abete era l'albero sacro a Wotan, potente dio dei Germani.
Nel Medioevo i culti pagani vennero intesi come una prefigurazione della rivelazione cristiana. Oltre a significare la potenza offerta alla natura da Dio, l'albero divenne quindi simbolo di Cristo, inteso come linfa vitale, e rappresentato come un giardino voluto da Dio sulla terra.
L'uso moderno dell'albero nasce secondo alcuni a Tallin in Estonia, nel 1441, quando fu eretto un grande abete nella piazza del Municipio, Raekoja Plats, attorno al quale giovani scapoli, uomini e donne, ballavano insieme alla ricerca dell'anima gemella.

Inoltre, vi siete mai chiesti la tradizione che si nasconde dietro al puntale che viene messo in cima all'albero? Chi ha letto il mio ultimo libro, "Vampiri", sa bene che nelle tradizioni religiose e magiche, di ogni parte del mondo, le punte hanno sempre avuto un potere protettivo, difensivo rispetto alle basse entità del piano astrale.  Quale simbolo migliore da mettere a protezione di una casa, nel suo punto più alto, disposto a sfidare il cielo? Un puntale, magari rosso, come il Dio Marte. 
Che il vostro albero di Natale diventi un talismano di luce all'interno della vostra casa. Decorato con angeli, biscotti o palline, con tutto quello che più vi fa sorridere  e vi scalda il cuore, quando tornate a casa. 
Ricordate che anche dietro a semplici gesti consumistici, come addobbare l'albero di Natale, esiste una antica tradizione magica.




martedì 3 dicembre 2013

IL MIO NUOVO AMICO IMMAGINARIO

Dovete sapere che a volte mi capitano delle crisi d'identità legate al mio ruolo lavorativo. Perchè sono una delle rare cartomanti torinesi (o forse l'unica) ad avere conseguito, parecchi anni or sono, una Laurea in Psicologia. Che poi, il docente con cui mi laureai non era il massimo del nome beneaugurale. Si chiamava Bara, ecco. Non scherzo. Però era quello con cui fioccavano di più i Trenta e lode, quindi, mi dissi, perchè non lui? Soffriva inoltre di una rarissima patologia di cui purtroppo soffro anch'io, in forma lieve. Quindi, probabilmente per spirito empatico, scelsi lui. Che tipo di misteriosa patologia condividiamo? Si chiama Prosopoagnosia. Già il termine fa paura, vero? Non è una forma di schizofrenia, bipolarismo o quant'altro. Tranquilli, la vostra cartomante di fiducia non è ancora diventata matta. Non ancora. Chi è prosopoagnosico, semplicemente, è meno fisionomista. Il che significa che, dopo un consulto di cartomanzia, in cui voi mi rivelate tutti i vostri più nascosti peccati, e dopo aver ricevuto la mia pronta assoluzione, uscite dal mio studio, se dopo qualche giorno mi incontrerete per strada, dal macellaio o dal fruttivendolo, io non vi riconoscerò.
Proprio così. Posso sembrare snob, o con la testa tra le nuvole, ma se non vi saluto per strada è perchè, semplicemente, non ho riconosciuto il vostro volto. Il chè se ci pensate è molto comodo, i vostri più turpi e ignominosi racconti non verranno mai collegati al vostro volto, a meno che non diventiate mie clienti abituali, e lì ci rideremo sopra insieme, davanti ad un caffè al bar.
Per ovviare al mio inconveniente di scarsa fisionomia, e trovare sempre nel mio studio un volto familiare e amico, mi sono fatta un piccolo regalo. Un amico immaginario. Che fa molto sanatorio mentale degli anni '70, prima della legge Basaglia.
Una testa di Frenologia.
Oggi parlo complicato, lo so. Prima con "Prosopoagnosia", ora con "Frenologia".
La Frenologia (dal greco phren = mente e logos= studio) è una dottrina  secondo la quale le singole funzioni psichiche dipenderebbero da particolari zone o "regioni" del cervello, così che dalla valutazione di particolarità morfologiche del cranio di una persona, come linee, depressioni, bozze, si potrebbe giungere alla determinazione delle qualità psichiche dell'individuo e della sua personalità.
Questa testa,  fabbricata in porcellana  craquelé,  è copia del modello risalente al 1860, eseguito per ordine  del famoso frenologo  Dott. Fowler, ed era strumento di lavoro per i medici dell'epoca.
I seguaci della Frenologia erano per lo più persone di idee avanzate, per l'epoca, che credevano nella perfettibilità dell'uomo, pensavano che conoscendo il suo carattere attraverso un esame craniologico, ne avrebbero consentito la trasformazione ed il miglioramento. Tranquilli, non intendo stare a scrutare le vostre bozzette e gli avvallamenti sulle tempie per tentare di comprendervi meglio.
Ho un'anima junghiana, preferisco appoggiarmi agli Archetipi dei Tarocchi per questo.
Però, avevo bisogno di un amico immaginario, tutto qui. Ora devo dargli un nome, mi date qualche consiglio?
L'unica cosa difficile è trovare il posto giusto per lui, nello studio.
All'inizio, l'avevo posizionato di fianco a me. Le occhiate timorose di un paio di clienti mi hanno fatto comprendere che era un pò troppo inquietante, lì a fissarvi torvo con tutti i suoi strani nomi scritti sulla testa.
Allora l'ho spostato di lato, su un tavolino dove si appoggia la borsetta. Lì era lui, il mio amico immaginario col suo cranio frenologico, a guardarmi torvo, quasi a dirmi "Ma ti sembro forse un appoggiaborsettaaa???".
Insomma, sto ancora cercando il nome di battesimo e il posto giusto per questa pesante testa di ceramica. Si accettano suggerimenti. E se volete emularmi, lo trovate in vendita presso Esotericamente, per una trentina di euro.


giovedì 28 novembre 2013

UN NUOVO INCONTRO



Voi siete lì, sedute sulla panchina delle attese. La vostra vita sentimentale è piatta, solitaria, senza uscite. La vostra cartomante di fiducia vi ha predetto che avreste fatto un nuovo incontro. Voi vi siete guardate intorno per qualche giorno, guardando con occhio diverso il collega d’ufficio e il giornalaio dietro l’angolo, ma niente.
Così, un po’ stanche e tediate, con i piedi gonfi di chi non ha più voglia di correre dietro a nessuno, vi sedete sulla panchina.
Sentite un passo leggero alle vostre spalle, pensate all’immancabile vecchina che si siederà a fianco a voi per lamentarsi della gotta e del freddo.
Invece, arriva un ragazzo dai modi gentili. Vi chiede se la panchina è libera e se può sedersi, per almeno un attimo, vicino a voi.
L’aria diventa tiepida e quella voragine di vuoto che sentite al posto del cuore si acquieta per un istante.
Si apre l’universo delle possibilità.
Magari il ragazzo inizierà a giocherellare con la sua fede, e capirete che seguire quel futuro vi renderà infelici.
Magari il ragazzo vi offrirà un caffè per combattere quel freddo, e vorrete seguire quel tepore anche in capo al mondo.
Magari il ragazzo si alzerà subito dopo, per rispondere ad una telefonata urgente, si allontanerà dalla panchina accennando un saluto con passo veloce, e mai più saprete niente di lui.
Il mondo è pieno di possibilità, le mie carte ne estraggono alcune. Siete in tante a venire da me stremate, sfinite, disilluse eppure, allo stesso tempo, pronte a rimettersi in gioco. Fatelo, ma con grazia, leggerezza, allegria.
La vita è piena di possibilità. Il mio mazzo ha 22 carte. Coglietene una.


Marco Donatiello Photographer

venerdì 22 novembre 2013

IL PENDAGLIONE

Ecco, ogni Maga che si rispetti ne indossa uno.
Uno cosa? Un Pendaglione. Esatto. Cos'è? Un arcano sincretismo che riunisce in sè il termine "Pendaglio" "Pentacolo", "Medaglione". Se leggete tra le righe, troverete anche "Paccottiglia", "Cianfrusaglia" e "Kitsch".
Perchè il Pendaglione è tremendamente kitsch. Anzi, sospetto che più sia volgarmente enorme e brutto, più svolga un effetto scenico e teatrale.
Non aspettatevi che stia parlando di un potente talismano, giammai! Un vero Magus, i suoi talismani li conserva ben celati, nascosti alla vista e al tatto altrui.
Troppe volte ho dovuto buttare via Scudi di Saint Benoit, medaglie talismaniche di Marte, del Sole, di Giove, perchè qualche scriteriato si avvicinava e, prendendoli tra le mani, diceva "Carino, cos'è?".
Per chi non lo sapesse, i talismani che vengono venduti presso il negozio di Magia Esotericamente vengono sconsacrati al tatto di qualunque estraneo che non sia il diretto proprietario.
Tempo fa avevo una bellissima tovaglietta di stoffa, su cui era disegnato un complicato sigillo di tradizione salomonica che serviva per potenziare la veggenza.


Bellissima, utile, pratica, euro 15. Un solo difetto: veniva sconsacrata nel momento in cui un estraneo la toccava. Ovviamente, doveva fungere da tovaglietta di base nel corso delle mie sedute di cartomanzia al pubblico.
Era tutto un "Aspetta, ha una pieghetta, te la sistemo io!", oppure "Ma questa carta, la carta del Diavolo!" e al posto di indicare la carta beccavano in pieno il sigillo centrale della tovaglietta. Per quanto ad inizio consulto specificassi quanto la tovaglietta fosse intoccabile, e venisse immediatamente guardata con rispetto e reverenza, nel pieno del pathos del consulto, tra lacrime, risa e stridor di denti immancabilmente la mia tovaglietta per la veggenza veniva sconsacrata.
Una volta, ho il sospetto che una cliente l'abbia scambiata per un fazzoletto che mettevo a disposizione per asciugarsi le lacrime. Solo che ero troppo intenta a consolarla per rendermi pienamente conto di quanto stava capitando alla tovaglietta. Notare una successiva strisciata di mascara sull'angolo destro diede definitiva conferma ai miei sospetti.
Tutto ciò solo per sottolineare quanto talismani e tovagliette per veggenza temano il tocco altrui. Il Pendaglione, invece, no. Così, ogni maga che si rispetti ne indosserà almeno uno. Ne ho visti di ogni forma e tipo. Da quelli orientaleggianti, con argento indiano e pietre semi-preziose, a quelli New-Age, enormi campanelloni chiama-angeli (e mi aspettavo l'arrivo svolazzante di un puttino, anzi,  di un puttone da 50 kili). Il mio Pendaglione preferito però resta "La Mano". Immaginatevi un ciondolo tondo di 10 cm. di diametro, dorato, con disegnata dentro una mano aperta e qualche simbolo astrologico a muzzu. Era terribilmente orrendo. Persino mio marito si rifiutò di indossarlo durante una serata di astrologia al pubblico, ogni mia insistenza fu vana.
Però, ricordatevi della mia teoria, non sarete veri occultisti senza un Pendaglione, che oscillando ipnotizzerà magicamente i vostri clienti, ed impedirà loro di sconsacrare la vostra nuova tovaglietta per veggenza.

venerdì 15 novembre 2013

IL KARMA DELLE NUVOLE

Qualche giorno fa, un mio nuovo e acuto lettore, che si accingeva ad addentrarsi nel mio primo libro, "I sette poteri", mi ha rivolto una domanda intelligente.
Nel libro scrivo:
"Gli orientali ritengono queste prove alla base della Legge del karma. Con la magia possiamo allontanare queste difficoltà solo momentaneamente".
Il mio lettore mi chiedeva: "Solo momentaneamente?" Una sua guaritrice gli aveva detto che si poteva cambiare il karma per sempre. E in un libro che tempo prima lui stesso aveva letto si diceva che per cambiare il karma si doveva pulire l'inconscio. 
Cambiare il Karma. Che enorme lavoro. Eppure noi cambiamo il Karma, in meglio o in peggio, ad ogni azione, buona o malvagia, che quotidianamente eseguiamo. Una bellissima citazione, di un ancor più bel film, dice: " La nostra vita non è nostra. Da grembo a tomba, siamo legati ad altri, passati e presenti... E da ogni crimine, e da ogni gentilezza, generiamo il nostro futuro." (Cloud Atlas)

Quindi, il nostro Karma si modifica in continuazione. Mentre noi camminiamo su questa scura terra, sopra le nostre teste le nuvole di un destino sconosciuto si modificano, diventando soffici come piumoni o cariche di tempesta.
La Magia non può cancellare il nostro Karma. Può migliorarlo momentaneamente (o peggiorarlo, se cerchiamo di punire un nostro avversario), può posticipare l'avvento di dolorose incombenze o anticipare un incontro particolarmente fortunato. La Magia però non può eliminare il nostro Karma. Tantomeno un lavoro di introspezione, neanche lo scendere nelle tetre profondità del nostro inconscio. Conoscerci dentro può aiutarci a comprendere il nostro Karma, quello sì. Non certo a risolverlo. 
Se il nostro Karma venisse cancellato o esaurito, suppongo che non avremmo più motivo di rimanere qui. Oppure, resteremmo qui solo nei panni di illuminati, di anime luminose che dispongono la loro vita al servizio degli altri, per avvicinare anche loro alla condizione di esseri liberi dalla legge dell'Eterno Ritorno.
Lo dico sempre, noi siamo qui per sporcarci le mani e per risolvere, agendo, i nostri conflitti irrisolti, le prove che sempre a noi ritornano, i nodi karmici, chiamiamoli come vogliamo.
Non esiste candela, incenso o invocazione che possa sostituire questo faticoso lavoro personale. Non sarebbe neanche giusto, suppongo. A me personalmente, sembrerebbe quasi di barare.
Viviamola, questa vita, bella o brutta che ci sembri. Ridiamoci anche un pò sopra, a queste prove che sempre a noi ritornano. E' il modo migliore per trasformare dei nuvoloni carichi di pioggia in soffici nuvolette in cui riconoscere, a testa in sù e sdraiati su un prato, profili umani e animali da zoo.



lunedì 11 novembre 2013

SONO IN RITARDO!

Voi siete lì, in negozio, ad aspettarmi per un consulto. Magari avete fatto le corse per arrivare in orario. Siete partite di casa mezz'ora prima per riuscire a trovare parcheggio in centro, e dopo aver volteggiato come avvoltoi attorno a tutte le piazze strapiene, aver trovato un posto dove forse riesce a infilarsi una Smart, aver parcheggiato la macchina di traverso e su due ruote, aver pagato il ticket per l'importo di tre caffè e il marocchino che altrimenti, pensate, vi bucherà le gomme, vi accingete ad arrivare in negozio.
E siete stoiche, lo riconosco, perchè Via Garibaldi è la via dell'abbigliamento. Scarpe, borse, gioielli, magliette, illuminate in modo accattivante e con cifre di sconti impresse sulla vetrina a caratteri cubitali (fosse anche solo il 10% su un acquisto minimo di 100 euro, è pur sempre un affare!). Ma voi, voi donne che avete prenotato un consulto da me di solito con due settimane d'anticipo perchè prima non c'era posto, voi donne eroiche infilate un paraocchi per non farvi distrarre dalle meravigliose vetrine del centro, e correte da me.
Arrivate trafelate, col fiatone e con ancora negli occhi una splendida borsetta scontata che vi siete lasciate sfuggire. Ecco, arrivate lì, nella libreria Esotericamente, ed io non ci sono.
Capisco la vostra delusione e il disappunto, che comunque mascherate benissimo perchè siete persone gentili.
Il mio ritardo oscilla tra i dieci minuti e il quarto d'ora accademico.
Ora vi spiego come mai. Avete presente l'Arcano del Matto? Se siete mie clienti lo conoscete bene. Quel giovanotto che si fà mordere il calcagno da un gatto selvatico.


Ecco, immaginatemi alle prese col mio gatto, che si impiglia nel lungo gonnellone tzigano che fa molto cartomante. Dieci minuti partono solo per farlo riemergere da lì sotto. In più è nero come la gonna, quindi si mimetizza benissimo.
Se riesco a neutralizzare il gatto con le crocchine nella ciotola, solitamente è mio figlio che si abbranca alla gamba come un piccolo di scimpanzè, ed io devo procedere arrancando con lui su Via Garibaldi, schivando  le irriducibili da shopping che mi sfrecciano vicino con passo veloce (e stanno puntando la borsetta su cui avevate lasciato il cuore, sappiatelo).
Solitamente, in questi casi, divento preda delle ambasciatrici della Chiesa Evangelica, dei volontari di Emergency, degli stranieri che si perdono e mi chiedono come raggiungere la stazione o il Museo Egizio. Anzi, una volta mi si è anche parato davanti un tizio che mi ha chiesto se poteva diventare il mio schiavo. Da quel giorno, ho abolito il cappotto lungo in pelle.
Ce lo sto mettendo tutta per essere puntuale.
Arrivo, sto arrivando, sono dietro l'angolo, abbiate fede, che la fede è la virtù dei forti...

giovedì 7 novembre 2013

PARIS

Sono tornata da poco da un viaggio a Parigi.
Qualche ora di treno, immerso nei campi, nei boschi e nelle colline, ed ero già arrivata.
Di Parigi adoro praticamente tutto.
I Gargoyles che dall'alto dei pennacchi, col loro cuore di pietra, scrutano con severità la mia anima.
La Senna, che scorre come un fluido dorato, e sulle cui rive aprono le piccole botteghe di libri antichi.
La vista panoramica dal Sacro Cuore, con i suoi gradini sempre pieni di artisti e bohèmien.
I parigini, questo colorato guazzabuglio di etnie diverse, che non smetterei mai di osservare quando salgo sulla metro.
La metro, sì, che affonda nelle viscere della terra per trasportarmi veloce da un luogo all'altro. Quando salgo sulla metro vengo colta da uno strano torpore, come se fossi nuovamente accolta nel liquido amniotico della grande Parigi, questa mamma gentile e sommessa che mi culla coi suoi dolci scossoni da una fermata all'altra.
Le catacombe di Parigi, piene di ombra, teschi, femori e memorie.
La Cattedrale di Notre Dame. Sono entrata insieme al sole del tramonto, che illuminava le vetrate proiettando virgole colorate nell'aria. Un tenore e un soprano stavano cantando i Vespri. La loro voce si incuneava, limpida e perfetta, dentro ogni volta e arcata.
Indipendentemente dal proprio credo religioso, secondo me entrare a Notre Dame significa accedere alla sacralità di Parigi stessa.
Mi sono poi fermata un pò sulla riva della Senna, accanto a Notre Dame, ho alzato gli occhi al cielo e sono rimasta lì, sospesa nei miei pensieri, a farmi scuotere dal vento freddo della sera che avanzava.
Forse, chissà, una piccola parte di me è ancora lì.




martedì 22 ottobre 2013

ASPETTANDO SAMHAIN

Tra poco il varco tra i mondi sarà sempre più sottile.
Indossiamo cappotti pesanti, come scuri mantelli a protezione dell'anima. Camminiamo su strade bagnate da pioggia, nebbia o rugiada, come se l'acqua sotto ai nostri piedi fosse un umido passaggio per condurre al fluido liquido attraverso cui i defunti ci parlano.
Perchè essi ci parlano, senza sosta. Portano messaggi per noi nelle notti in cui la Luna è piena e alta. Portano messaggi per noi nel corso di sogni offuscati, in cui la razionalità diurna non è presente e ci appare quindi normale fare lunghe conversazioni con chi non c'è più. Si mostrano nelle scure ombre che percepiamo nel dormiveglia, nei riflessi degli specchi, quando per un attimo con la coda dell'occhio sorvoliamo sulla nostra immagine.
Loro sono sempre presenti, compenetrati al nostro piano. Crescendo abbiamo imparato a non avere più paura del buio, a non aver più paura di loro, deridendoli e denigrandoli con una feroce razionalità. Però essi continuano ad esistere, come l'altro lato della Vita.
La notte del 31 Ottobre è lì per ricordarcelo. Un'antica tradizione che si ritrova anche nel centro Italia consiste nel lasciare, in quella notte, del cibo per loro. Vagano tutto l'anno con l'unico conforto delle nostre preghiere, almeno in quella notte lasciamo per loro qualcosa in più sul tavolo di cucina.
Una candela accesa, per farli avvicinare e scaldare il loro cuore di tenebra.
Un bicchiere di latte, per ricordare loro la dolcezza di un'infanzia perduta.
Un bicchiere di vino, per donargli per un attimo la gioia e l'euforia che la vita sa donare.
Una pagnotta, perchè il grano della terra sfami la loro voglia di restare.
Una mela, dolce come il peccato che compie l'anima che non riesce a sollevarsi dal suolo.
Dopo di chè, accogliamo i nostri cari nel sonno. Mai come in quella notte potranno parlarci, recarci consiglio, guarire le nostre ferite causate dalla loro immobile ed eterna distanza.

Marco Donatiello Photographer

venerdì 18 ottobre 2013

LA CASA

Ultimamente questa coppia di esoteristi, composta da me e mio marito, dedica ogni sera alla ricerca di una casa nuova. Non che la nostra attuale non ci piaccia, al contrario, ma non è congeniale all'aumento della famiglia. Quindi, ogni sera io e mio marito ci aggiriamo come anime in pena nelle vie centrali di Torino, affiancati da uno o due agenti immobiliari.
Intanto, non ho ancora visto un agente immobiliare arrivare puntuale all'appuntamento prefissato. Il giorno che mi capiterà, inizierò a credere anche alle Madonne che lacrimano sangue.
Ho visitato tantissime case, ma ce n'è una di cui devo assolutamente raccontarvi. L'ho definita La Casa, anzi, la Casa Maledetta.
Intanto, l'appuntamento per visionarla era in agenzia alle 19.15. Alle 19.40, l'impiegata dell'agenzia si accorge di non avere le chiavi per aprirla. Si scopre, dopo numerose telefonate ai vari agenti della zona, che le chiavi le ha un ragazzo che ha probabilmente appena buttato la pasta per fare cena e quindi torna indietro per consegnarcele. Alle 20 siamo finalmente davanti alla Casa.


Succintamente, ecco le informazioni che l'agenzia ci aveva dato: "Ex convento delle suore, l'immobile ristrutturato è disposto su tre livelli da ingresso indipendente dal piano terra (...)
Al piano seminterrato attraverso un passaggio storico del XV secolo si accede all'ampia taverna, il soffitto è a volta con i mattoni a vista."
Eravamo lì davanti, a questa casa indipendente, e la ragazza dell'agenzia cercò di aprire il portone. Niente da fare. Non si apriva. Colta da estremo imbarazzo, iniziò ad elogiare l'elegante manifattura della serratura, originale del 1.700, che il suo zio fabbro, quando la vide in foto, rimase estasiato. La serratura, dopo dieci minuti di scatti e spallate, dell'agente e di mio marito, continuava a non cedere. Alzando gli occhi verso le finestre buie della casa, per un attimo ebbi la sensazione di trovarmi davanti alla famiglia di fantasmi del film "The Others", con Nicole Kidman e i due pargoli spettrali, stretti in un abbraccio a guardarci e a ripetere: "Tranquilli, non entreranno, la Casa resterà nostra per sempre".  Ancora peggio, iniziai a pensare ad un trio di suore del convento (quello era la Casa, in origine), strette a guardarci dalla finestra e ripetere "Tranquilli, quegli sporchi commercianti del negozio di Magia dietro l'angolo non entreranno. La Casa sarà nostra per sempre". A quel punto, stremata, l'agente immobiliare telefonò a qualcuno. Suppongo fosse l'agente di prima che, nuovamente, era tornato a casa per buttare la pasta. Per un attimo credevo che sarebbe arrivato Harvey Keithel in versione Risolutore, con l'acido corrosivo nella valigetta, per distruggere la preziosa serratura del 1.700. Invece, arrivò un agente immobiliare grosso come un armadio (secondo me aveva sbagliato lavoro. Avrebbe guadagnato dieci volte tanto nelle lotte clandestine). Comunque, il Risolutore riuscì, con un paio di spallate ben assestate, ad aprire la porta.
Entrammo e andammo subito a vedere la taverna. Ecco, ho come l'impressione che lì sotto abbiano seppellito qualcosa. Non so se Suore che volevano darsi alla bella vita e scappare dal convento, o feti di cui nessuno doveva sapere (esiste un pò questo luogo comune, nelle segrete  e tra i segreti dei conventi...).


Ovviamente, sia io che mio marito ci siamo subito innamorati di quell'atmosfera un pò lugubre, dove il passaggio tra i mondi pare così sottile. Quella, c'è poco da fare, è la casa perfetta per qualunque occultista. Per qualunque occultista senza prole a carico, però. Ne abbiamo avuto definitiva conferma quando ci siamo trovati davanti ad una scalinata dalla tremenda pendenza, grazie alla quale cui si accedeva alla cucina. Ecco, se non sono morta lì, a salire e scendere quelle scale, penso che camperò almeno altri 40 anni. Probabilmente anche le suore spettrali hanno avuto pietà di noi, sarebbe bastato uno sgambetto al decimo gradino e la famiglia di esoteristi si sarebbe unita al macabro terzetto di suore alla finestra.
Questo per dirvi che, se siete esoteristi, (in particolar modo medium, già immagino la planchette impazzita lì dentro!) non volete prole al seguito e cercate casa a Torino centro,  esiste l'immobile giusto per voi.

lunedì 7 ottobre 2013

LA FINE DEL MONDO

Esistono alcuni approcci all'esoterismo che mi provocano immediata orticaria. Il primo di questi è rappresentato dal costante asserire di una presunta fine del mondo. Prima fu la volta della New Age. Ero ancora minorenne, mentre sfogliavo il libro (carino) "La profezia di Celestino", e tutti attorno a me parlavano della fine dell'era dei Pesci, dell'inizio dell'era dell'Acquario. Ciò doveva portare ad un innalzarsi delle coscienze, la fine del mondo per come lo conoscevamo noi, una serie di eletti che avrebbero sviluppato superpoteri che X-Men ci fà un baffo. Io alzavo un sopracciglio e continuavo a sfogliare il mio libro New Age.
Poi fu la volta di Nostradamus. Avevo poco più di vent'anni, mi pagavo la retta universitaria con i consulti di cartomanzia, e tutti attorno a me paventavano, nuovamente, la fine del mondo. Mille e non più mille, il Papa Nero, e amenità di questo genere. Io alzavo un sopracciglio e continuavo a fare le carte.
Poi fu la volta del calendario Maya, e nuovamente assistetti al panico della tremenda data del 21 Dicembre 2012. Persino una mia cara amica prese ferie quel giorno per trascorrere gli ultimi, presunti attimi della sua vita, insieme alla sua famiglia. Io alzavo un sopracciglio e continuavo a lavorare.
Con gli anni ho notato una cosa. Esiste l'esoterismo da "Fine del mondo, redimetevi tutti, passeremo ad un nuovo stadio di conoscenza e solo i migliori sopravvivranno". Ed esiste l'Esoterismo, quello con la E maiuscola, che smette di credere a queste baggianate.
Poi, però, a furia di sentire parlare di Kali Yuga, sono andata ad acculturarmi. Sì, perchè, terminata la paura del calendario Maya, la nuova moda è parlare di una fine del mondo legata al tremendo periodo del Kali Yuga. Secondo l'interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture induiste, Il Kali Yuga è l'ultimo dei quattro periodi, o "Yuga", e alla sua fine il mondo ricomincerà con una nuova Età dell'oro; questo implica la fine del mondo così come lo conosciamo (più di ciò che accadde alla fine degli altri Yuga, perché la Storia cadrà nell'oblio) e il ritorno della Terra ad un paradiso terrestre. Il mio sopracciglio già si stava alzando, quando continuai a leggere l'elenco dei problemi che sorgono nel periodo del Kali Yuga.
- Durante quest’epoca si assiste ad uno sviluppo nella tecnologia materiale, contrapposto però ad un’enorme regressione spirituale. Kali Yuga è l’unico periodo in cui l'ateismo è predominante e più potente della religione; solo un quarto di ognuna delle quattro virtù del Dharma (penitenza, veridicità, compassione e carità) è presente negli esseri umani. La nobiltà è determinata unicamente dalla ricchezza di una persona; il povero diviene schiavo del ricco e del potente; parole come “carità” e “libertà” vengono pronunciate spesso dalle persone, ma mai messe in pratica. Non solo si assiste ad una generale corruzione morale, ma le possibilità di ottenere la liberazione dall'ignoranza, si fanno sempre più rare a causa del generico declino spirituale dell'umanità.
 - La guerra “civilizzata” (con precise norme di correttezza e di onore) è stata dimenticata, e gli umani combattono senza onore. A differenza degli altri periodi, in cui era normalità cessare i combattimenti dal tramonto all’alba, cremare le vittime e riflettere sulla guerra, i combattimenti dell’età di Kali si protraggono costantemente, spinti soltanto dal desiderio di vittoria. Aumenta inoltre il sadismo.
 - Nel Kali Yuga, le persone non sono più rispettate per la loro intelligenza, conoscenza o saggezza spirituale. Al contrario, la ricchezza materiale e, ad un livello inferiore, la prestanza fisica sono ciò che rendono una persona ammirevole. Nonostante il rispetto sia superficialmente molto manifestato tra le persone, nessuno rispetta sinceramente gli altri. Ognuno crede che lo scopo ultimo della vita sia quello di ottenere rispetto, quindi diventando ricco o fisicamente forte.
- Nonostante l’età, gli esseri umani diventano inferiori in altezza e più deboli fisicamente, così come mentalmente e spiritualmente. C’è una diffusione di falsi dèi, idoli e maestri. Molte persone mentono, e si dichiarano profeti o esseri divini.
- Le donne in questa epoca diventano lascive ed immorali per natura.  Molte donne intraprendono l'adulterio e la prostituzione. (Su questo punto mi tranquillizzo un poco. Tradimenti e case chiuse esistono da sempre. Ditemi piuttosto che ultimamente la Società propone un tipo di donna molto diversa dal classico "Angelo del Focolare"...).
Comunque, sì, sembra che siamo in pieno Kali Yuga. Guenon stesso supponeva che il Kali Yuga iniziasse intorno al 2.000 d.C. Insomma, ci siamo. Che si può fare per sopravvivere, nell'epoca di Kali? Chi era la dea Kali intanto?



Kali era la brillante, bruciante, vitale potenza del femminino archetipico. Kali la spaventosa, la terribile. Kali la nera, oscura come una notte senza luci. Sia che si esprima in forma divina che umana il suo aspetto è terrificante perché implica un cambiamento radicale, che tutto dissolve, concepito alla stregua di una distruzione del creato e del tempo. La potenza con cui si attua è simboleggiata dall'immagine spaventevole di Kali danzante, con la sua collana di teschi e il suo pugnale.
Kali però nacque con un fine benefico: venne creata per distruggere un potente demone contro cui gli altri Dei stavano lottando senza tregua.
Raktabija era il nome del demone (in sanscrito ‘rakta’ significa ‘sangue’ e ‘bija’ ‘seme’), sembrava invincibile in quanto appena una goccia del suo sangue toccava terra nasceva un altro demone, e così all’infinito. Dal sopracciglio della Dea Durga, allora, nacque Kali, la notte suprema che divora tutto ciò che esiste, il tempo che distrugge i mondi. Kali con la sua bocca bevve tutto il sangue di Raktabija evitando che toccasse terra e poi gli tagliò di netto la testa. La sete di sangue, di violenza, di morte ubriacò la Dea che più non si fermò. Solo Shiva, il suo sposo, riuscì a fermarla gettandosi su di lei. Kali cercò di uccidere anche Shiva, ma quando riconobbe il suo sposo, prostrato ai suoi piedi, si fermò. Il cuore di Kali ricominciò a battere e l'universo fu salvo.
Come sopravvivere, dunque, nell'era di Kali? Dubito, nuovamente, che il mondo stia per finire. Però a volte credo che stiamo toccando un pò il fondo. Non riesco a leggere il giornale o a vedere un telegiornale, la violenza mi sopraffà. Come sopravvivere quindi?
Forse imitando il cuore palpitante di Shiva, lo sposo di Kali. Sopraffatti, inermi, stesi al suolo dalla indicibile violenza di Kali, è possibile effettuare un solo atto coraggioso. Continuare ad Amare. Amare il mondo in cui siamo, Amare gli individui che lo compongono, Amare gli Dei che dall'alto ci guardano e nascono dentro la luce del nostro cuore.

mercoledì 2 ottobre 2013

MADEMOISELLE LENORMAND


C'era una volta, tanto tanto tempo fa, una piccola bambina coi lunghi boccoli neri. Viveva in un piccola cittadina francese, di nome Alençon.
Aveva occhi scuri profondi come la notte, a causa di un giovane dolore. A cinque anni, aveva perso entrambi i genitori, e viveva in un orfanotrofio gestito da suore benedettine.
Ogni sera alzava gli occhi al cielo e chiedeva a qualche stella lontana di realizzare i suoi desideri. Chiedeva indipendenza, ricchezza, riscatto, fama, onore e potere.
Era la seconda metà del 1700, e appena divenne abbastanza grande da poter decidere del suo destino, decise di tentare la sorte nella capitale, Parigi.
Non aveva nessuno che si potesse prendere cura di lei, nè un amore, nè un amico, così andò a Parigi e trovò lavoro presso un'umile lavanderia. Era stancante, tornava a casa con le mani screpolate e le braccia doloranti; ma nello stesso tempo era divertente, aveva a che fare con tante donne nella sua stessa condizione, che come lei cercavano, in un modo o nell'altro, di andare avanti.
Tra un rammendo e una stoffa, c'era sempre il modo di fare due risate con qualcuno. Era una compagnia allegra, era facile fare amicizia e parlare un pò di tutto, un clima molto più aperto di quello in cui era cresciuta, nel rigore dell'orfanotrofio.
Quella ragazza dagli occhi scuri non dimenticava, però, la richiesta di riscatto che aveva chiesto al Cielo, per innumerevoli notti.
Un giorno nella lavanderia entrò una cliente particolare. Le sue colleghe si affollavano, dietro le fessure del retro del negozio, per osservare quella imponente signora che aveva sporto il suo lungo abito color blu pavone alla titolare. "Eccola, è lei!" "Guardala, guardala!". Anche la ragazza si avvicinò per osservarla di nascosto. Era una signora alta, formosa, di mezza età. Aveva lo sguardo di una donna che dalla vita ha visto, e ascoltato, tutto, e che ha saputo accogliere dentro di sè anche i più terrificanti segreti mai rivelati prima ad anima viva. La ragazza rimase rapita da quello sguardo. Dentro di sè, sentiva che quella donna avrebbe cambiato tutta la sua vita. Le dissero che si chiamava Madame Gilbert, che era un'indovina. Una donna che prevedeva il futuro con l'uso delle carte.
La ragazza era curiosa di sapere se il Cielo le avrebbe mai dato un'opportunità di riscatto, così, un pò timidamente, raccogliendo la sua paga settimanale, andò a casa dell'indovina per conoscere il suo avvenire.
Tornò tante volte in quella casa, quando, sfinita dopo la lavanderia, saltava la cena per andare a nutrire il suo spirito. Le carte le parlavano, parlavano alla sua anima. Le parlavano di potere, fama, successo, ricchezza e riscatto. La ragazza voleva capire come l'indovina riuscisse a vedere tutto questo. Così, Madame Gilbert, con pazienza e attenzione, le insegnò ad utilizzare i Tarocchi di Etteilla, il famoso parrucchiere e cartomante francese.
La ragazza dagli occhi scuri divenne una donna, una donna col nome di Marie Anne Adelaide Lenormand. Era a Parigi da neanche un anno, e aprì il suo studio di cartomanzia, in Roue de Tournon, una via stretta e riservata. Sull'entrata mise una semplice targhetta "Mademoiselle Lenormand, libraire". Questa riservatezza non le impedì di finire sotto lo sguardo delle autorità giudiziarie, che la fecero condurre davanti a un giudice, che decretò un breve periodo di carcere. Riguardo alla sua detenzione, Mademoiselle Lenormand raccontò, molti anni più tardi, che essa avvenne perché aveva predetto la morte del re Luigi XVI.
Nuovamente fuori dalla prigione, più determinata e testarda di prima, continuò la sua attività di indovina. Divenne sempre più famosa e importante, molte voci, più o meno accreditate, asserivano che Mad. lle Lenormand fosse diventata la confidente personale di Napoleone e della sua consorte Giuseppina.
Lavorò tutta la vita, accumulando numerose ricchezze, fama, successo e popolarità; le stesse che tanti anni prima aveva domandato al Cielo. Non si sposò mai, non aveva tempo per l'amore, o forse, chissà, le bastava conoscere i più nascosti tormenti del sentimento, che quotidianamente ascoltava per lavoro, per decidere di fuggire dall'amore il più lontano possibile.
Rimase tutta la vita Mademoiselle, non diventò mai Madame. In un giorno tiepido di fine Giugno, una brezza leggera entrò dalle eleganti vetrate del suo studio. Aveva le carte davanti, che per un attimo si offuscarono, come se una nuvola veloce fosse passata sopra il sole. Decise di salire un attimo sopra, di sdraiarsi nel letto. Congedò in fretta la sua cliente, che uscì dallo studio ancora piena di sospetti sull'infedeltà del marito.
Mademoiselle Lenormand salì le scale di marmo, si sdraiò sul letto tirandosi su le coperte rosso porpora. Sapeva cosa stava capitando. Qualsiasi cosa le avesse chiesto, quella mattina, la sua giovane e sospettosa cliente, usciva sempre la stessa carta. La Morte. Ancora e ancora. Era tempo di accogliere la Nera Signora, col suo teschio e la sua falce.
Alla sua morte, avvenuta all'età di 75 anni, numerosi fabbricanti di carte dedicarono in suo onore svariati mazzi di Sibille, il più celebre rimane il Petit Lenormand.
Più di dieci anni fa, quando ero una ancor più giovane cartomante, anch'io andai a Parigi per incontrare Mademoiselle Lenormand. Era distesa lì, al Cimitero di Père-Lachaise, circondata da fiori e fogli scritti. Le ho lasciato un piccolo vaso di violette.
Addio, coraggiosa, determinata, paziente Mademoiselle Lenormand.


lunedì 23 settembre 2013

CHI RISPONDE DALL'ALTRA PARTE?


 Marco Donatiello Photographer

Un giorno di tanti anni fa ero seduta in un ufficio, davanti a me un uomo che da tempo gestiva gli investimenti di famiglia. Lui sapeva esattamente il mio lavoro, io sapevo di lui che si interessicchiava di esoterismo. La sua domanda, nondimeno, mi spiazzò. E' una domanda che raramente mi fanno anche le clienti più abituali, quindi sentirmela rivolgere da un uomo razionale, abituato a maneggiare assegni e ad osservare il mercato azionario, mi spiazzò.
Mi guardò dritto negli occhi e mi chiese, con semplicità: "Ma chi è che risponde dall'altra parte, quando fai le carte?"
Io gli sorrisi e con altrettanta semplicità gli risposi: "Non lo so."
Così, al posto di parlare di fondi e investimenti, trascorsi una buona mezz'ora, in quell'ufficio asettico come un ospedale, a enumerare le numerose ipotesi.
Io non so perchè funzioni, scegliere alcune carte e da lì tracciare le linee del prossimo futuro. Con me, funziona. Posso pensare che, dall'altra parte, una luminosa entità angelica guidi la mia mano e i miei pensieri. Posso pensare che sia un antenato di famiglia, seduto di fianco a me a sussurrarmi l'avvenire. Mio padre, che ha visitato più luoghi di mare di quanti io ne vedrò mai, era un bravo chiromante. Dopo aver predetto la morte di un suo amico, poi puntualmente verificatasi, decise di non leggere mai più la mano, a nessuno.
Quindi, posso pensare che il suo sangue scorra nelle mie vene, quando sollevo le carte e le interpreto.
Oppure, posso pensare che questa sia solo una remota, nascosta capacità assopita nel mio cervello, nell'area del terzo occhio, e che io la stia sfruttando solo un pò di più degli altri.
Non so come funzioni, in effetti. Una cosa di cui sono sicura, però, è che non provenga dal Maligno, dall'Oscuro, dal Diavolo della tradizione cristiana.
Perchè quando prendo le carte e le interpreto, cerco di fare qualcosa di buono. Di avvisare su eventuali problemi e pericoli, di consigliare strategie e scappatoie per rendere il futuro un luogo più piacevole.
Quindi, non so chi risponde dall'altra parte. Chiunque sia, però, spero che continui a rispondere ancora per molto, molto tempo.

martedì 17 settembre 2013

UN GUARITORE D'ANIME

A volte le persone ritornano.
Magari hanno attraversato, come brevi meteore, veloci attimi del nostro passato, e poi sono state nuovamente inghiottite dal fiume dell'Essere.
Oggi voglio parlarvi di una persona, un uomo, vestito di arancione. Un Sannyasin, ovvero "un asceta errante che ha rinunciato a tutto". Ha uno sguardo molto particolare quest'uomo, quando ti osserva è come se realmente riuscisse a trascendere il velo della materia, e ad osservare le cose per come sono davvero. Ha due penetranti occhi azzurri, immobili come due pietre incastonate in un tempio, dove gli eoni trascorrono senza lasciare segno.
La prima volta che lo vidi stava per lasciare la città. Aveva fardelli pesanti di cui doveva liberarsi in fretta, per viaggiare leggero. Io e mio marito entrammo nella sua casa, che sapeva di vissuto ed era tappezzata di magnifiche statue indiane, per acquistargliele. Lo statua dello Shiva danzante, sorridente, col sole dietro le spalle sembrava incoraggiare la sua imminente partenza. Non sapevo dove sarebbe andato, cosa sarebbe stato della sua vita, percepivo solo che quel luogo non sarebbe più stato suo.
Rividi poi quell'uomo qualche anno dopo. E' l'immagine più bella che ho di lui.
Era un tiepido pomeriggio di mezza stagione, io e mio marito avevamo deciso di fare una lunga passeggiata costeggiando il fiume. L'acqua era tappezzata di riflessi, inondava di luce piena ogni cosa. Lì lo riincontrai. Era in compagnia della sua bellissima figlia. Lei sembrava una ragazza indiana. Aveva una lunga e scura treccia, gli occhi ampi e profondi, poco più di dieci anni.  Lui in quel momento era l'uomo più felice sulla faccia della terra.
L'ho rivisto una terza volta (o magari era la decima, ed io non ricordo....A volte le persone ruotano attorno alla mia vita così in fretta che non sempre ricordo ogni incontro). Era appena entrato in negozio, voleva acquistare qualche libro.  Poco tempo prima avevo scoperto di avere una intolleranza alimentare, e di lui sapevo che, tra le altre cose,  era un valido naturopata ayurvedico, con esperienza ventennale, formatosi con la scuola del famoso Bagawan Dash. Iniziai a tempestarlo di domande, e mi stupì perchè riuscì a dirmi cose importanti su di me, che non poteva conoscere.
Con una breve occhiata seppe dirmi a quale coppia di elementi, o dosha, della medicina tradizionale indiana, io appartenessi. Mi disse delle cose sul mio carattere e sul mio stile di vita che non poteva conoscere. Io ho sempre freddo ad esempio, fosse per me girerei con un plaid per casa anche in pieno agosto. Come poteva saperlo? Mi ha dato diecimila altri validissimi consigli, su tutto, soprattutto sulla mia alimentazione. (Voi mi vedete magra come un chiodo, ma mangio, vi assicuro che adoro mangiare! Lo sa mio marito quando chiede il conto al ristorante...)
Ora, voglio condividere questa persona con voi. Lo ruberemo per un giorno alla città di mare dove lui ora vive e lavora insieme alla sua compagna, una bella donna dai ricci scuri come intricati labirinti dell'anima.
Vi aspetto domenica prossima, in negozio. Non perdetevelo.


giovedì 12 settembre 2013

COSA PENSANO I VICINI



Siamo gente strana. Io lo so, voi lo sapete.
Lavori come il nostro creano comportamenti strani.
Sapete, ad esempio, che sul mio balcone crescono mandragore.
A volte cerco di mettermi nei panni dei miei vicini di casa, e mi rendo conto che possono avere tanti difetti, ma sono anche molto tolleranti.
Come quella volta, cinque o sei anni fa, che mio marito aveva comprato un grosso carico di Assa Foetida.
Esatto, si chiama proprio così, e vi assicuro che il nome è molto esplicativo del prodotto. E' una sorta di resina viscosa e puzzolentissima, ricavata da una insospettabile pianta di cui potete ammirare l'immagine.



Si utilizza, in magia, per rituali di Saturno (nessun altro Dio potrebbe tollerare quel fetore, suppongo). In alcuni lontani paesi viene pure utilizzata per insaporire le pietanze, una sorta di Dado Knorr in versione letale.
Insomma, mio marito doveva porzionare questa Assa Foetida. Ovviamente non poteva farlo in negozio, lo avrebbe reso inagibile dalla puzza per il decennio successivo. Giustamente, mio marito ebbe la gloriosa idea di portare la tremenda Assa Foetida a casa, per tagliarla e porzionarla sul tavolo di cucina. Ancora più giustamente, decisi di mettere fuori porta sia mio marito sia l'Assa Foetida.
A quel punto, i vicini assistettero ad una scena curiosa. Sui gradini d'ingresso a casa, davanti all'interno cortile, il povero negoziante della libreria Esotericamente aveva posto un panno per terra e stava cercando di porzionare qualcosa di atrocemente puzzolente. Strano che i miei vicini di casa non abbiano chiamato la Narcotici o sospettato che trafficassimo in armi chimiche.
Un'altra cosa che temo abbia fatto riflettere a lungo i miei vicini sono le litanie Voodoo. Dovete sapere che svolgo i miei rituali Voodoo in una piccola stanza, da cui, oltre il muro, partono le scale d'ingresso di un'altra abitazione e della cantina. Inoltre, dovete sapere che, quando svolgo un rituale Voodoo, non biascico le invocazioni a bassa voce, al contrario invoco, orgogliosa, i Loah con un tono squillante e fermo.
Ecco, immaginate il mio vicino di casa, che torna a casa a mezzanotte, magari dopo aver visto al cinema "L'Evocazione" (qualcuno di voi l'ha già visto? Com'è? Io voglio andare a vederlo tra poco...). Dicevo, torna a casa a mezzanotte e, mentre scende le scale per andare in cantina (metti che abbia sentito degli strani rumori nel sottoscala) sente una voce che grida:

PAR POUVOIR SOBO QUE – SOU – NEGRE ANANMAN VOODOO, NEGRE LAH – YE’ TINGUI’, NEGRE BADE’ – SIH!!!

(Stralcio di invocazione di Sogbo e Badè, la trovate comodamente nel mio secondo libro pubblicato, "Voodoo e Candomblè", Aradia edizioni).
Inoltre, non vi ho ancora parlato del Gatto Infernale. Ho un gatto simile, ebbene sì. Tutto nero, occhi di brace viva, ha degli hobby particolari: sgattaiolare fuori da ogni stanza in cui lo si rinchiuda, uscire in cortile, miagolare selvaggiamente, soprattutto dalla mezzanotte in poi.
Insomma, a volte credo che, tutto sommato, i miei vicini siano dei santi.


martedì 10 settembre 2013

LA MANDRAGORA




Le persone normali, sui davanzali sfoggiano gerani. Begonie, ficus, potus.
Tutto un fiore e un profumo, una gioia alla vista. Sul nostro balcone, giustamente, per non farci mancare niente ed essere sempre un passo avanti, cresce la Mandragora. In grossi vasi profondi, pieni di terra scura, la radice magica dalle umane sembianze si nutre per aprire al sole grandi foglie verdi.
La Mandragora è la Signora, regina e assoluta protagonista, della magia delle radici. Questo culto ha origini antiche: si pensava che le radici con proprietà magiche si trovassero nei luoghi dove si seppellivano i morti, o dove era rappresentato il mondo sotterraneo, e che fossero mediatrici tra la vita e la morte.
Fin dall’antichità, si riteneva che la Mandragora avesse poteri miracolosi. L’impiego magico era diffuso soprattutto nel Medioevo, forse a seguito delle conoscenze che i Crociati portarono in Europa al ritorno dalla Terra Santa. Il fatto che la radice avesse forma umana dimostrava di per sé le sue innumerevoli proprietà, soprattutto magiche.
Gli Assiri impiegavano il fumo della radice bruciata come esorcismo, soffiandolo sul corpo della persona da guarire, per cacciare il male. Un uso simile si riscontra tuttora in Armenia, dove si brucia la radice per allontanare gli spiriti malvagi.
Fin dai tempi biblici, in Israele la radice della Mandragora era nota come amuleto per rendere fertili. Flavio Giuseppe (ca 37 - 102 d.C.), nel De bello judaico, riporta un uso magico della Mandragora, probabilmente derivati dagli Esseni, presso cui visse un periodo:
“Nonostante tanti pericoli, questa pianta è molto ricercata per una qualità unica: solamente avvicinandola espelle subito dagli infermi i cosiddetti demoni, cioè, gli spiriti degli uomini malvagi che si introducono nei vivi e li uccidono, se non li si aiuta”.
Si riporta, inoltre, che Alessandro Magno conquistò l’Oriente grazie al potere magico della Mandragora.
Fin dall’antica Grecia, la radice della Mandragora era considerata come un essere in forma umana e lo stesso Pitagora (570 - 504 a.C.) la denominava anthropomorphon, cioè “a forma di uomo”. Proprio nell’antica Grecia, la Mandragora, soprattutto la radice, era ritenuta la pianta per eccellenza di Ecate. Il cane era l’animale da dedicare a Ecate durante la raccolta della radice, per esempio a Eleusi, Argo ed Egina.
Nel suo giardino magico “crescevano abbondantemente le mandragore”, come riportato nelle Argonautiche Orfiche (II secolo d.C.), e si può supporre che il potere di Ecate fosse esercitato proprio attraverso le proprietà della pianta. Non solo, secondo C. Müller-Ebeling e C. Rätsch, probabilmente Ecate stessa poteva essere evocata attraverso l’uso della Mandragora.
La Mandragora era anche la pianta di Circe e Medea.  A causa dell’associazione con Ecate e Circe, la radice di umane sembianze divenne una pianta demoniaca e infernale fin dal primo Cristianesimo.
La Mandragora è ancora attualmente utilizzata nella odierna magia naturale, è prezioso l'olio che da lei si ricava. La radice stessa, a livello ritualistico, è anche un ottimo sostituto della dagida,  la creatura di cera di forma umana.
Alcune credenze vogliono che la Mandragora debba essere nutrita con latte e sangue. La nostra, fortunatamente, cresce rigogliosa pur con semplice acqua, anche se non intendo indagare eccessivamente sulle cure che vi presta mio marito.
Per chi volesse cimentarsi, non è troppo difficile da far venire su. Conviene piantare però molti semi. Adora il sole e il caldo; d'inverno, ama stare sopra un davanzale vicino al termosifone. Più le si parla, più cresce rigogliosa e resistente.
Adotta anche tu una Mandragora. Semi, foglie, radici, piantine e olii in esclusiva presso Esotericamente.

lunedì 9 settembre 2013

QUANDO HO SONNO


Marco Donatiello Photographer

Stanotte ho dormito cinque ore, se va bene. E' un periodo che durante la notte si prepara l'Harmageddon. Vicini che fanno rumore, bimbi che si svegliano nel cuore della notte, il mio famiglio, ovvero il mio gatto nero, che inquieto entra ed esce da porte e finestre. Dovevo chiamarlo Arsenio, Arsenio Lupin, e addestrarlo ad entrare nelle gioiellerie del centro e consegnarmi la refurtiva.
Insomma, stanotte è una delle ennesime notti passate in bianco.
Quando non dormo di notte, il giorno dopo mi trascino come un fantasma da una stanza all'altra, da un lavoro all'altro, con la palpebra abbassata e la voce calata di un tono.
Entro in negozio per fare consulti come una presenza spettrale richiamata da una evocazione.
Curiosamente, quando dormo poco faccio meglio le carte. Sarà perchè mi ritrovo in quella linea di confine tra la veglia e le immagini oniriche, al confine tra razionalità e inconscio.
Tutto appare più fluido, veloce. La mia mente razionale è troppo stanca per opporre una difesa alle immagini ed alle sensazioni che un consulto di carte sprigiona.
Così, mi lascio andare e seguo anch'io la corrente. Poi, magari, ricordo poco o niente di quanto ho detto, come i ricordi di un sogno, che man mano che passa il tempo si affievoliscono fino a scomparire.
Quando ho così sonno, non riesco però a scrivere, a concentrarmi sul prossimo libro che intendo pubblicare. Non riesco a trovare le parole, non riesco a tradurre i miei pensieri.
E non esiste the, caffè, bevanda alcuna che sortisca effetto.
Mi aggiro come un'anima in pena al bar, e dopo l'ennesimo cappuccino vorrei dormire più di prima.
Tanto lo so che avete sonno anche voi. E' la sindrome del lunedì mattina. Ma ce la possiamo fare, coraggio...

venerdì 6 settembre 2013

RIVELAZIONI

E' un classico estivo. Sono in spiaggia, bimbi giocano con altri bimbi, i genitori, dopo un pò, si presentano l'un l'altro. Timidamente, goffamente, continuamente interrotti dal dover gridare: "Giulia, non si affoga il bimbo piccolo", "Leo, non si tira la sabbia in bocca a quella signora", e altre amenità.
Così, si cominciano le domande di routine. "Quanti anni ha il tuo bimbo?" è la prima, classica domanda tra coppie di genitori in spiaggia. "Di dove siete?" è la seconda. La terza, immancabile domanda è: "Che lavoro fate?".
Ricordo al mondo che mio marito è il titolare di una libreria esoterica, e io sono un pò un jolly tuttofare. Sono una scrittrice (ovviamente esoterica), una cartomante, una psicologa, una coach, una maga, nonchè l'insegnante di svariati corsi di discipline esoteriche e una organizzatrice di eventi. Così, davanti a questa semplice domanda, mi gratto la testa e penso. Ok, quale delle tante cose inizio a dire? Solitamente, la mia formula di rito è: "Do' una mano in negozio a mio marito". Così, i miei vicini di ombrellone mi immaginano subito alle prese col mocio dei pavimenti e gli scontrini di cassa, si acquietano e finisce lì.
Ogni tanto però faccio l'errore di volermi confidare. Echeccacchio, penso, conosco sta tizia in spiaggia da quasi un mese, so persino di che colore e volume fà la cacchina sua figlia, e non posso dirle che lavoro faccio? Così, timidamente, mi sbottono.
I casi sono due, diametralmente opposti. O la persona mi fà un ampio sorriso, e ammiccando ammette di essere incuriosita da questo mondo dell'occulto (e magari ci guadagno pure una cliente); oppure al contrario si ritrae di un passo, allontanando anche la figlia/o da me e guardandomi come se fossi Carrie, lo sguardo di Satana.


Anzi, no, nella spiaggia ligure dell'anno scorso una psicologa con cui avevo parlato di tutto, dall'oggetto transizionale di Winnicott all'impulso distruttivo di Melania Klein, appena saputo come applicavo quotidianamente la mia laurea ha iniziato pubblicamente ad equipararmi a Vanna Marchi. Dopo poche ore, era lì ad additarmi con il suo amico, il bagnino dello stabile, lanciandomi lunghe occhiate inquisitorie.
A volte credo che l'Inquisizione non sia ancora terminata. Non su tutte le spiagge liguri almeno.
Voi, che mi leggete in questo blog e che varcate la soglia del negozio, voi che cercate un mio parere o un consiglio fate già, in un modo o nell'altro, parte del mondo dell'occulto. O almeno, avete acquisito una tale apertura mentale da riflettere prima di giudicare.
Nella mia vita di tutti i giorni, le cose sono un pò più complicate di così. Ma va bene lo stesso. E' il mio lavoro, e lo adoro, da sempre. Questo è solo un dettaglio. Ora vi devo lasciare, devo passare il mocio in negozio...

giovedì 5 settembre 2013

VISTA DALL'ALTO


Marco Donatiello Photographer

E' una strana sensazione. Mistica, intensa, rara.
Voi siete lì, completamente immersi nella vostra vita. Fate i conti con le bollette, le scadenze, lo stipendio. Forse state sommando gli scontrini conservati per capire quanto avete speso questo mese, forse vi state chiedendo come riuscire a guadagnare qualcosina in più.
Oppure, siete immersi a riflettere sui rapporti che avete con qualcuno. Magari avete appena finito di parlare con un'amica, e state mentalmente analizzando la vostra situazione affettiva. Oppure, avete una famiglia che vi chiede impegni precisi, e li state spuntando tutti come una lista della spesa.
Magari avete uno stato d'animo inquieto. A me, questa cosa capita sempre quando sono inquieta. Qualcosa vi arrovella e non riuscite a smettere di pensarci. Magari è una frase detta fuori posto, da voi o da qualcuno che vi circonda, che vi martella nelle tempie. Oppure è successo qualcosa di brutto, di potenzialmente tragico, e non sapete come sfangarvela.
E poi, accade questa cosa. Mistica, intensa, rara.
E' come se un Angelo vi afferrasse sotto le sue ali e vi portasse in alto, sempre più in alto, sopra le nuvole, luminose o cariche di tempesta, dei vostri pensieri. 
Vedete tutto dall'alto. Tutto vi sembra improvvisamente lontano, distante, piccolo.
Come quando guardate dall'oblò di un aereo. Le persone sono minuscole, ogni tanto qualche macchina percorre una strada. Campi arati, fiumi dorati, montagne ricamate di neve, il mare. Tutto è così immenso e perfetto.
E in quell'attimo capite.
Quando capita a me, è come se improvvisamente mi ricordassi di essere all'interno di un gioco. Guadagnare soldi, spenderli per vivere, incontrare persone, risolvere problemi e situazioni ingarbugliate.
Mi sembra tutto uno splendido e semplice gioco.  Torno a sentirmi leggera. C'è un termine, che ho scoperto da poco e secondo me rende l'idea.
Nell' Induismo, l'intera realtà viene vista come il risultato di un gioco creativo dell'assoluto Divino. Viene chiamato, semplicemente, "Lila", il Gioco Divino.
Noi siamo i Giocatori di questa strana ed eterna partita, in cui non si vince e non si perde, ma si impara e si cresce.
E' bello che, ogni tanto, in uno sprazzo di lucidità, si riesca a vedere tutto dall'alto, con distacco e serenità.
Dura poco questa sensazione, almeno per me. Dura però il tempo necessario per tornare nella mia vita, nei miei vestiti, nel mio corpo, con la consapevolezza di stare ancora giocando, come una bambina che deve ritrovare la strada di casa.


mercoledì 4 settembre 2013

IL RIENTRO



Eccoci, ai nostri posti. Ormai siamo tornati tutti a casa, le vacanze sono terminate.
Come è stato il vostro rientro a casa? C'erano morbidi cuscini di un letto familiare ad attendervi, o la casa era a soqquadro e tutto da reinventare da capo?
Sulle vostre vacanze non sto ad indagare. Le vacanze sono sempre belle. Lasciano quella traccia fievole di nostalgia, come un leggero sbaffo di mascara sugli occhi, che non se ne vuole andare.
Io personalmente appartengo a quella razza nominata "gli Irriducibili da spiaggia". Col sole, col vento, con la pioggia, con la foschia, con il mal di pancia, insomma, mi trovavate sempre lì in spiaggia. L'unica Irriducibile come me, ed infatti avevamo fatto subito amicizia, era una iper attiva settantenne con capello platinato e abbronzatura perenne. (Ecco, è un mistero come io, in quanto Irriducibile, rimanga bianca come un latticino anche dopo un mese di mare). Un giorno, in cui si temeva una tromba marina e avevano dovuto chiudere gli ombrelloni altrimenti volavano via come fuscelli, io e la settantenne ci siamo ritrovate come uniche superstiti su quella spiaggia desolata, decise e imperterrite a sdraiarci sul bagnasciuga.. L'anno prossimo devo ricordarmi di chiederle come si chiama.
Comunque, sappiatelo, quando avete a che fare con una Irriducibile è davvero un'impresa farla tornare a casa. Si attacca con le unghie agli scogli, si ancora alla sabbia con le palette abbandonate dai bimbi, ripete in continuazione "Mezz'ora. Solo mezz'ora, giuro, poi andiamo".
Così, si riduce a fare le valigie in dieci minuti, per non sacrificare neanche un meraviglioso istante al mare.
Tutto il viaggio di ritorno è una immancabile lamentela del tipo: "Uffa, ma io volevo restare ancora un pò... Guarda che meraviglia!".
Il rientro a casa di una Irriducibile da spiaggia è funesto. Il cielo è sempre plumbeo, l'aria della città irrespirabile, le strade sporche. Non perchè lo siano davvero, ma una Irriducibile vedrà tutto grigio perchè indossa gli occhiali grigi della nostalgia.
Dopo due o tre giorni, gradualmente, il rientro a casa risulterà meno ostile. I luoghi torneranno ad avere profili morbidi e dolci, abituali e sereni. Tre giorni, ho detto, tre giorni. Prima di quella data non nominatemi la parola "mare" o "vacanza" perchè potrei mordervi. E scrivere il seguito del mio ultimo libro pubblicato, "Vampiri".


lunedì 5 agosto 2013

VI AUGURO


Vi auguro spiagge bianche e mari trasparenti come cristallo.
Vi auguro montagne dense di silenzio e di freschezza.
Vi auguro distese, spazi aperti, prati, colline, fiumi, laghi, scogli.
Vi auguro viaggi in città lontane, esotiche e sconosciute, dove tutto è scoperta, cosa nuova e inesplorata.
Vi auguro viaggi in piccoli paesini italiani, dove magari conoscete a memoria ogni sasso, negozio, ruscello e volto. Luoghi del vostro futuro, o del vostro passato.
Vi auguro, soprattutto, tempo per riposare, per riflettere, per perdervi in mezzo alla natura e per ritrovare la vostra essenza più vera.
Vi auguro tempo per leggere, per aprire libri di ogni sorta. Che la vostra vacanza comprenda libri leggeri e testi impegnativi.
Vi auguro tempo di qualità da trascorrere con la famiglia, o gli amici più vicini.
Vi auguro, se non potete partire, di trovare cose belle anche nel restare al vostro posto. La città deserta, assolata, il parcheggio facile, l’assenza di code, il silenzio dei posti abituali, dove ogni cosa pare nuova, intensa, metafisica.
Vi auguro di essere felici. Per carità, quello ve lo consiglio sempre, ma in particolar modo ora che è Agosto.
Non lamentatevi per il caldo, per i disguidi, i cambiamenti.
Questo tempo è prezioso. Gustatelo, come una granita alla menta, come una ventata di aria fresca, come la risata argentea di un bimbo.
Noi ci rivediamo a Settembre. Anch’io, come voi, ho bisogno di tempo. Tempo per scrivere altro.

Vi auguro intense, buffe, allegre, buone vacanze.

lunedì 29 luglio 2013

NON SONO TUTTI STRONZI!




Marco Donatiello Photographer

Allora, come ormai saprete, col mio lavoro di confidente sentimentale / cartomante / psicologa / coach ne ho sentite di tutti i colori. Riporto una delle vicissitudini più fresche e scottanti. Entra una signora sui 50, modesta, umile, poco appariscente. Mi chiede del suo matrimonio. Mi compaiono carte di lontananza. Mi confessa, tra le lacrime, che due anni fa il marito è partito per una trasferta di lavoro, e non è più tornato. Incidente stradale, penserete voi. No. "L'incidente" si chiama giovane ragazza carina con la quale lui sta convivendo. Ma la cosa atroce è che il marito non le ha mai dato una spiegazione. Mai, in due anni. All’inizio, la moglie lo chiamava per chiedergli quando sarebbe rientrato, lui le rispondeva: “presto ti spiegherò tutto”. Fortunatamente dei misericordiosi amici in comune hanno rivelato alla povera donna sull’orlo della depressione che il marito conviveva con una donna molto più giovane, bella e allegra di lei. (Chiamali amici, penserete…).
Dato che la mia cliente si ritrova il mutuo della casa e ogni spesa sul groppone, dopo due anni di questo supplizio ha timidamente contattato un avvocato per procedere ad una separazione consensuale. Che ovviamente l’Uccel di Bosco di suo marito ha rifiutato.
Quando sento storie così mi vengono i brividi. Guardo di sottecchi mio marito chiedendomi se, quando sarò una rugosa 50enne, riceverò anch’io questo trattamento. Tanto, dato che sono poco più che maggiorenne, manca ancora molto, molto tempo. Macumba immediata a chi osa contraddirmi.
Il fatto è che, a furia di sentire tutte queste storie strazianti, comincio a maturare una strana forma di antipatia verso il genere maschile. Perché purtroppo, numericamente, le mie clienti arrivano da me dopo che sono state ferite, illuse, abbandonate dagli uomini. L’altra metà del cielo in versione single, io la conosco praticamente solo attraverso ai loro racconti, popolati da uomini stronzi.
Poi, però, ogni tanto l’Universo mi manda un esemplare degno del genere maschile, un po’ per riequilibrare le cose.
Entra un uomo sui 40, distinto, gradevole alla vista, privo di tic nervosi e anomalie genetiche. (Specifico, perché in giro c’è davvero di tutto…). Ha un lavoro in banca, è simpatico e gentile. E mi rivela di essersi innamorato di una donna e di averla ASPETTATA per nove mesi. Attenzione, quando parlo di aspettare intendo un’attesa biblica. Ovvero, con astensione assoluta di ogni contatto fisico rispetto alle altre donne. Insomma, per farla breve, quest’uomo, dopo essersi dichiarato, e vedendo che la sua amica non si sentiva ancora pronta per ricambiare, l’ha aspettata per nove mesi. Nove mesi, mica sono noccioline! E in questi nove mesi era lei a fare un po’ la stronza, chiedendogli ad esempio di spalmarle la crema solare sul petto. Che è, non ci arrivi da sola sul petto?
Dopo questi nove mesi, pari alla gestazione umana, il mio povero cliente ha partorito l’idea di lasciarla perdere. Anche perché stava iniziando a sbattere la testa contro il muro per la castità prolungata.
Ecco, è questo l’uomo che auguro alle mie clienti in cerca di marito. Un uomo dedito, paziente, innamorato.
Ce ne sono in giro. Rari, ma esistono. Non credete che i migliori siano già tutti presi. Qualcuno è ancora rimasto sul mercato. Uscite, guardatevi intorno, cercatelo. Magari è il vostro tabaccaio, magari è quel collega un po’ timido, magari è l’allenatore di kick boxing.

Non arrendetevi, non tutti gli uomini single sono stronzi!